Automobile e Cultura

BMW Art Cars: da 50 anni l’auto è solo il punto di partenza

Si è appena conclusa al BMW Welt di Monaco la mostra che ha riunito per la prima volta tutte le venti BMW Art Cars, con oltre 120.000 visitatori in poco più di un mese, chiudendo anche il lungo tour internazionale organizzato per i cinquant’anni della collezione. Ma più dei numeri conta la particolarità di un progetto nato nel 1975 quasi come un esperimento e diventato, nel tempo, una delle esperienze più longeve nel rapporto tra automobile e arte contemporanea: BMW non ha semplicemente chiesto a grandi artisti di decorare alcune vetture, ma ha continuato a consegnare loro automobili molto diverse, lasciando che ciascuno le interpretasse secondo il proprio linguaggio.

La prima fu una BMW 3.0 CSL affidata ad Alexander Calder su iniziativa del pilota e mercante d’arte Hervé Poulain e di Jochen Neerpasch, allora responsabile di BMW Motorsport, e portata addirittura alla 24 Ore di Le Mans del 1975. Da lì sono arrivati Frank Stella, Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, David Hockney, Jenny Holzer, Jeff Koons, Cao Fei, Julie Mehretu e molti altri, ma anche un campionario automobilistico sorprendentemente vario: dalle 3.0 CSL alla BMW M1, dalla 635 CSi alle M3 da competizione, passando per 730i, Z1, 525i e 850 CSi, fino alle più recenti M6 GT3 e M Hybrid V8. Non è quindi una raccolta costruita soltanto intorno alle BMW più rare o prestigiose: cambiano epoche, carrozzerie e destinazioni d’uso, e cambia continuamente anche il rapporto fra l’artista e l’automobile.

È questa, probabilmente, la differenza più interessante rispetto alle tante collaborazioni tra arte e industria automobilistica nate nel frattempo. Una Art Car non è necessariamente una serie speciale, non deve anticipare un modello e non sembra avere il compito di renderlo più desiderabile. La vettura è piuttosto una base già carica di significati — forma, tecnologia, velocità, prestigio, uso quotidiano o competizione — sulla quale l’artista può intervenire anche in modo molto distante dall’immagine originaria. La BMW M1 dipinta da Andy Warhol rimane immediatamente riconoscibile come M1, così come la 850 CSi di David Hockney conserva pienamente le sue proporzioni; Jenny Holzer usa invece la BMW V12 LMR anche come supporto per le parole, mentre con altri lavori il confine fra automobile e opera diventa molto meno netto.

Il caso più evidente è quello di Olafur Eliasson e della BMW H2R del 2007. Il punto di partenza era un prototipo a idrogeno estremamente aerodinamico; Eliasson ne eliminò la carrozzeria e costruì al suo posto una struttura reticolare in metallo, ricoperta nell’installazione completa da strati di acqua congelata e illuminata dall’interno. Il risultato pesa circa due tonnellate e dell’automobile originaria conserva soprattutto l’idea, la sagoma e il tema tecnologico da cui era nato il progetto. Alla mostra di Monaco l’opera è stata esposta nella sua configurazione completa soltanto per la quarta volta dalla prima presentazione del 2007.

All’estremo opposto c’è la più recente Art Car, la BMW M Hybrid V8 di Julie Mehretu, realizzata nel 2024 e ancora perfettamente leggibile come automobile da corsa, ma trasformata da segni e colori che sembrano proseguire oltre la carrozzeria. Cinquant’anni separano questa vettura dalla 3.0 CSL di Calder e, in mezzo, non c’è una formula comune da riconoscere. È forse proprio questo il motivo per cui le BMW Art Cars continuano a essere interessanti: l’automobile viene scelta, consegnata e poi, almeno idealmente, lasciata all’artista. Il modello è il punto di partenza, non il risultato da preservare.