The Italian Job: quando tre Mini diventano protagoniste del film
Alcune automobili compaiono in un film, altre finiscono per restargli addosso. The Italian Job è uno di quei casi in cui, a distanza di decenni, il ricordo della trama convive quasi alla pari con quello di tre piccole auto lanciate attraverso scale, passaggi stretti e tunnel. Nel film originale del 1969, diretto da Peter Collinson con Michael Caine, una banda organizza a Torino il furto di un carico d’oro e affida la fuga a tre Mini Cooper S, una rossa, una bianca e una blu. Nel remake del 2003 diretto da F. Gary Gray, cambiano personaggi, città e sviluppo della vicenda, ma quell’immagine ritorna quasi intatta: tre Mini negli stessi colori, questa volta impegnate nella fuga attraverso Los Angeles.
Le Mini del film del 1969 erano britanniche, non italiane. Nate nel 1959 dal progetto di Alec Issigonis per la British Motor Corporation, arrivarono in Italia anche attraverso la produzione Innocenti su licenza, iniziata nel 1965, ma il loro ruolo nel film conservava volutamente un’identità inglese. Rosso, bianco e blu non erano colori casuali: evocavano la Union Jack e trasformavano le tre vetture in una sorta di piccola squadra nazionale lanciata dentro uno scenario italiano. E proprio qui nasce una parte del fascino della sequenza. Torino, con la sua architettura monumentale, le strade strette, i portici, le scale e i passaggi improbabili, diventa quasi un percorso costruito su misura per un’auto minuscola, agile e con le ruote spinte agli angoli della carrozzeria.
Il remake del 2003 riprende questa idea senza limitarsi alla citazione nostalgica. Le protagoniste sono Mini Cooper S R53, appartenenti alla prima generazione moderna sviluppata sotto il BMW Group e lanciata nel 2001. Al momento delle riprese sono quindi auto nuovissime, ma già costruite attorno a un principio molto chiaro: reinterpretare la Mini storica senza cancellarne il carattere. BMW mise a disposizione della produzione 32 esemplari e alcune vetture furono persino convertite alla propulsione elettrica per poter girare determinate sequenze nei tunnel. Un dettaglio tecnico curioso, ma soprattutto significativo: anche dietro le quinte si cercava di permettere alla Mini di fare sullo schermo ciò che il film chiedeva al suo personaggio.
Nel 2026 questa storia acquista anche un piccolo valore simbolico in più, perché ricorrono i 25 anni dall’avvio della produzione della Mini moderna a Oxford. È una ricorrenza utile soprattutto per capire quanto rapidamente anche un’auto contemporanea possa entrare nell’immaginario storico. La Mini del 2001 nasce come reinterpretazione di un’icona già consolidata, ma in poco tempo costruisce una propria identità, tanto da poter essere usata nel remake non come semplice omaggio, ma come erede credibile della protagonista originale.
Il punto, però, è capire perché proprio alcune automobili riescano a diventare personaggi. Non basta che siano belle o riconoscibili. Devono avere una forma capace di essere letta immediatamente, un comportamento che coincida con ciò che accade nella storia e una presenza visiva abbastanza forte da non confondersi con lo sfondo. Le Mini di The Italian Job hanno tutto questo: sono piccole, rapide nei cambi di direzione, diverse da ciò che le circonda e, grazie ai tre colori, sembrano quasi tre individui distinti. Il loro design comunica agilità prima ancora che il film la dimostri, e quando finalmente corrono attraverso la città fanno esattamente ciò che ci si aspetta da loro.
È per questo che, alla fine, The Italian Job resta legato alle sue Mini quasi quanto ai propri protagonisti umani. L’automobile non accompagna soltanto l’azione: la rende possibile, le dà ritmo, le dà un’immagine. E quando una macchina riesce a essere ricordata non come oggetto di scena ma come presenza narrativa, allora il design automobilistico ha già smesso di essere semplice forma ed è diventato parte del racconto.






