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Audi Concept C, ritorno allo spirito Bauhaus: “less is more” per il futuro elettrico di Ingolstadt

Audi ha scelto Milano per segnare una svolta: Concept C è una sportiva elettrica a due posti che inaugura il principio di radicale semplicità, con un nuovo volto dominato dal vertical frame, un segno grafico puro che reinterpreta il Singleframe storicamente variato in proporzioni e profili. I responsabili del progetto-icona sono Massimo Frascella, Chief Creative Officer / Head of Design, subentrato a Marc Lichte, e il CEO Gernot Döllner, che hanno impostato una fase di “chiarezza” nella forma e nell’offerta prodotti. Frascella – italiano, formazione IAAD, esperienze a Bertone, Ford, Kia, poi guida del design a Jaguar Land Rover – porta ad Audi una disciplina formale che elimina l’“overdesign” per tornare all’essenziale.

Questa scelta dialoga con le radici del marchio: Bauhaus come funzione, proporzione e rigore -la scuola fondata da Walter Gropius nel 1919– e con la stagione delle Auto Union da Gran Premio –oggetti d’avanguardia aerodinamica e tecnica negli anni ’30 (Type C 1936, fino a oltre 500 CV e velocità da primato). Il linguaggio “less is more” che oggi Audi dichiara come rinascita di chiarezza è, in fondo, lo stesso che nel dopoguerra ha plasmato l’identità tedesca del design industriale.

Esterno. Le superfici sono scolpite ma asciutte, una spalla piena e una linea di carattere diritta impostano il volume come un monolite, mentre i gruppi ottici riducono la spettacolarità a una firma quattro elementi, richiamo molto discreto ai quattro anelli: l’illuminazione è strumento, non scenografia. La calandra vertical frame, alta e rettangolare, sostituisce il Singleframe extralarge recente: sulla Concept C è un’identità grafica respirante, trattandosi di un’auto elettrica, più che un’apertura funzionale. Quasi una citazione, che lascia immaginare un radiatore termico.

Tecnica. Audi non divulga numeri completi: sappiamo che è full electric e a trazione posteriore, con l’opzione futura della trazione integrale; l’architettura impiega una batteria in posizione centrale a beneficio di masse e risposta. La lunghezza è nell’ordine dei 4,5 metri, quindi superiore sia a TT sia a R8 di prima generazione, con tetto targa a pannello retrattile che privilegia rigidità e pulizia aerodinamica. Anche dietro non c’è un vero lunotto: la terza luce di stop è integrata nelle feritoie, soluzione funzionale e anti-decorativa.

Interno. Qui la svolta è netta: la plancia è quasi vuota e si riempie soltanto di elementi caratterizzanti. Il display da circa 10,4” scompare quando non serve: basta con il televisore spento in mezzo all’auto. I comandi fisici tornano centrali, con la classica “Audi-click” e lavorazioni in metallo anodizzato, e in generale i materiali – lana pettinatapelletessuti e metalli reali –evitano l’effetto plastica e restituiscono densità tattile. È un’impostazione che rievoca la prima TT di Peter Schreyer e Freeman Thomas: dashboard pulita, geometrie primarie, coerenza formale.

Il confronto con la tradizione Audi. Il dialogo con la tradizione Audi è evidente se si scorrono alcune delle concept storiche del marchio. La TT Coupé Concept del 1995 rimane il manifesto Bauhaus su ruote, fatta di superfici tese e archetipi geometrici: oggi la Concept C riprende proprio quello spirito di riduzione all’essenza, aggiornandolo con le tecnologie del presente. Nel 2003 la Nuvolari quattro aveva inaugurato l’era del Singleframe con una gran turismo essenziale, spinta da un poderoso V10; ora il frontale si trasforma nel più rigoroso vertical frame. Nello stesso anno la Le Mans quattro, vera matrice della futura R8, sperimentava ASF, LED pionieristici e il V10 biturbo: la Concept C riprende quel rigore tecnico in chiave elettrica e minimalista. Un anno dopo, la RSQ del 2004, nata per il film I, Robot, mostrava un Singleframe fantascientifico, ma anche una sorta di dissolvimento delle linee, che oggi la nuova concept filtra attraverso la riduzione formale. Infine, la Rosemeyer del 2000 rimane l’omaggio più diretto alle Auto Union d’anteguerra, con le sue proporzioni piene e le feritoie posteriori: proprio in quelle soluzioni, nell’assenza del lunotto e nel rapporto fra pieni e vuoti, si ritrova l’eco che riaffiora nella Concept C.

È davvero “una nuova TT”? La parentela è più culturale che tipologica. La C riprende il metodo: poche forme, nessuna concessione decorativa, usability tattile. E rilegge l’archetipo della coupé-targa alla tedesca: solida, coerente con l’aerodinamica e con le prestazioni attese, senza teatralità; persino dettagli secondari – come la forma di alcuni comandi o la gestione della luce – sembrano cercare eco nel lessico della TT, ma con un rigore ancora più razionale.

Bauhaus oggi, Audi domani. Con Frascella al timone, l’esperienza maturata nel ridisegnare la gamma Land Rover/Range Rover e nel semplificare Jaguar va a coincidere con un’auto-manifesto che riafferma la ratio tedesca: form follows function, qualità percepita, riduzione dell’offerta superflua per investire su touch-points davvero nobili. È un cambio di paradigma anche strategico, dichiarato pubblicamente dalla leadership Audi come inizio di una nuova era di chiarezza.